Ultima modifica: 4 febbraio 2019

MICHELE DI VEROLI

Martedì 29 gennaio 2019 Carla Di Veroli ha dialogato con i ragazzi della scuola secondaria di primo grado dell’”I.C. Via Merope” di Roma

Il 27 gennaio si festeggia il “Giorno della memoria”. Questa data ricorda le vittime della Shoah e cade proprio il 27 gennaio perché questo giorno del 1945 venne liberato dalle truppe Sovietiche il campo di concentramento di Auschwitz.

“Shoah” in ebraico significa “Catastrofe” e proprio per non dimenticare la “Catastrofe” a cui andarono incontro milioni di ebrei, zingari, omossessuali o avversari politici del regime nazi-fascista, la scuola Secondaria di I grado di Via Merope ha organizzato qualcosa di nuovo.

A luglio ha aperto nel quartiere l’unica libreria da quarant’anni a questa parte, e proprio qui i ragazzi delle classi 3D, 3E e 3F della scuola secondaria sono stati ospitati il 29 gennaio, per ascoltare Carla Di Veroli, la nipote dell’ unica donna sopravvissuta al rastrellamento del ghetto di Roma, Settimia Spizzichino.

Siamo arrivati alle 10.00, puntualissimi. Dopo pochi minuti di attesa ecco arrivare Carla Di Veroli. Eravamo tutti curiosi, ancora più curiosi perché ci avevano detto che ci sarebbero state delle sorprese.

Carla comincia a parlare della zia, è agitata e le tremano le mani. Si vede che le costa parlarne. Ci elenca i nomi delle zie, della nonna, dell’emanazioni delle leggi raziali, della loro vita quotidiana sconvolta. Poi ci parla del rastrellamento, del nascondiglio in cui si erano rifugiati e dell’errore terribile di “Zia Giuditta” che, in preda al panico, li ha fatti scoprire tutti. Tutti destinati alla morte? No, perché Settimia, convince Il militare tedesco incaricato di catturarli che la sorella, la madre di Carla, che sia la loro domestica “ariana”. Il nazista ci crede e la lascia andare, ed è solo per questo che Carla Di Veroli è nata e  si trova di fronte a noi. Il racconto prosegue tra il mutismo di tutti, increduli di fronte alla crudeltà delle condizioni di vita del campo di concentramento e di ciò che Settimia, e molti altri, hanno dovuto sopportare, sia prima che dopo la liberazione.

C’è tensione nell’ aria, due ore e mezza di discorsi seduti per terra, con le gambe anchilosate, ma troppo sconvolti per muoverci.Due sono le “sorprese”: Luigia Lupidi Panarello, amica di Pier Paolo Pasolini e di Settimia Spizzichino, che si entusiasma nonostante la sua età e parla con la forza di una ragazza dell’importanza di sentirci tutti uguali e il dottor Massimo Finzi, dottore di Settimia e di molti altri ebrei scampati ai campi. Come dice lui, anche quelli che scamparono tornarono “difettosi” nel corpo e nella mente.

Alla fine dell’incontro abbiamo fatto delle domande e poi abbiamo visto “la valigia” piena di documenti originali che testimoniano “davvero” la storia di Settimia e della sua famiglia.

Siamo andati via, ancora un po’ scossi e molto grati a Carla Di Veroli per aver condiviso con noi la sua storia.

Testimonianza di Grazia Di Veroli

“Il cuginetto Michele che morì col papà la vittima più giovane tra i 335 martiri”

SI CHIAMAVA come mio padre, Michele Di Veroli. Quand’ero piccola sentivo pronunciare quel nome in televisione o lo leggevo sui giornali, e non sapevo perché. Poi chiesi al mio papà la ragione per cui capitava che fosse citato così spesso, e lui mi diede una risposta semplice, diretta e commossa: «Michele Di Veroli era il cuginetto». Classe 1929, era il figlio di Attilio fratello di mio nonno Enrico e come tutti i primi figli maschi portavano il nome del nonno paterno. I fratelli Di Veroli — Umberto, Enrico, Giacomo e Attilio — avevano ognuno di loro un figlio maschio di nome Michele.

Attilio Di Veroli

Michele di Attilio, il cuginetto trucidato alle Fosse Ardeatine, era il più piccolo della famiglia: di lui si prendevano cura con tanto amore le 4 sorelle più grandi e la mamma che lo adoravano. Era una semplice famiglia che non navigava nell’oro, anzi, tutti si davano da fare. La mamma Costanza era a casa, il papà Attilio faceva il venditore ambulante, le sorelle più grandi andavano a scuola il mattino e il pomeriggio lavoravano per arrotondare le entrate di famiglia Michele studiava e, quando era possibile, accompagnava il padre.

 

 

Michele e tutta la sua famiglia abitavano a via del Portico d’Ottavia. La mattina del 16 ottobre 1943 dalle finestre della loro casa capirono presto che i nazisti stavano rastrellando gli ebrei del Ghetto e, non curanti del pericolo, si avventurarono in strada attraverso una via secondaria, vagarono ininterrottamente finché non trovarono rifugio in un convento, uno di quelli che suo padre conosceva grazie al commercio ambulante. E così quel giorno si salvarono dal rastrellamento.

Michele Di Veroli

Da quel momento l’esistenza di Michele e della sua famiglia fu una vita clandestina, nell’ombra. Le poche risorse finanziarie imponevano, al padre Attilio, la necessità di continuare il lavoro di venditore ambulante in modo da poter racimolare qualche soldo per la sopravvivenza quotidiana. Attilio comprava e vendeva piccole cose di uso quotidiano per i conventi e le chiese della città, lo accompagnava sempre Michele.

Insieme padre e figlio furono arrestati il 18 marzo 1944, qualche giorno prima dell’attentato di via Rasella. Erano giorni particolari nella Roma occupata, i fermenti dei partigiani si facevano sentire, i rastrellamenti erano continui. Padre e figlio vennero mandati a Regina Coeli, dove la famiglia riusciva a far avere loro generi di prima necessità, fino al 24 marzo quando le guardie al portone dissero loro che il cuginetto di 15 anni e suo padre non erano più lì.

I nomi di Michele e Attilio vennero aggiunti all’elenco di coloro che furono avviati alle Fosse Ardeatine; 335 uomini, di ogni estrazione sociale, culturale, appartenenza politica, 75 dei quali di religione ebraica compresi Attilio e Michele. Senza dimenticare il gruppo di ferrovieri finiti in carcere per il loro appoggio alla Resistenza. La notizia dell’eccidio si sparse presto per Roma, ma poco si poteva fare. Per giorni la famiglia sperò che Michele e Attilio non fossero tra i trucidati e che, vista la giovane età di Michele, fossero stati mandati in Germania a lavorare, ma la speranza durò poco.

Michele, di Enrico, mio padre, più volte mi raccontò quei giorni, senza mai entrare nei particolari come mai entrò nei particolari dei mesi dopo la liberazione, quando finalmente i famigliari ebbero modo di riconoscere i propri cari. Michele fu riconosciuto grazie a un anellino e a una ciocca di capelli rossastri: era la vittima più giovane di quella strage.

Ricordo le parole di mio padre: «Ero al riconoscimento delle salme alle Fosse Ardeatine»; la voce tremava, gli occhi si velavano di commozione e il silenzio diventava urlante. Il ricordo del suo cuginetto diventava pura e semplice commozione.

I corpi di Attilio e Michele furono trovati vicini nelle cave minate dai nazisti per nascondere la strage, e per noi diventa quasi una consolazione che, almeno, abbiano potuto stare assieme fino alla fine.

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Grazia Di Veroli

 

L’eccidio fu compiuto dagli uomini dell’Aussenkommando Roma del RSHA,

papa Benedetto XVI quando il 27 marzo 2011 pregò sulle tombe delle vittime alle Fosse Ardeatine.

agli ordini di Herbert Kappler, come ritorsione per l’uccisione di 33 tedeschi avvenuta nel corso dell’attentato antinazista messo in atto in via Rasella, il 23 marzo 1944, dai GAP  (Gruppo di Azione Patriottica)

 contro una compagnia del Reggimento Bozen dell’esercito tedesco. Le 335 vittime furono prese fra i detenuti nel IV braccio del Carcere di Regina Coeli e nelle celle del comando Sipo-SD di via Tasso. A questi furono aggiunti tutti gli ebrei che nel III Braccio di Regina Coeli erano in attesa di essere trasferiti nel campo di Fossoli e poi deportati. In totale gli ebrei uccisi alle Fosse Ardeatine furono 76 (cfr. Liliana Picciotto, Libro della Memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia 1943-1945 (Milano: Mursia 1991; sec. ed. 2002), pp. 762-763).